la sindrome di alice


Scritto da Giuseppe Nappi
Tratto da Diogene N°5
Un caso interessante, in cui i fenomeni allucinatori sembrano essere in qualche modo in relazione con l’attività artistica, è quello della Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie.

La faccenda è andata in questo modo. Nel 1952 il neurologo californiano Caro W. Lippman pubblicò sul Journal of Nervous and mental Disease un articolo, Alcune allucinazioni tipiche dell’emicrania, in cui descriveva una sindrome caratterizzata da distorsioni nella percezione somestetica, relativa cioè alla forma e alle dimensioni del proprio corpo o di una parte di esso.

Alcune di queste percezioni allucinate erano veramente bizzarre: una paziente, ad esempio, diceva di provare spesso, prima dello scoppio della cefalea, la sensazione che il suo orecchio destro si gonfiasse enormemente, per ben quindici centimetri. Comunque, dato che si ripeteva da vent’anni, la cosa non le procurava eccessiva preoccupazione, anche perché sapeva che bastava osservarsi in uno specchio per verificare la natura allucinatoria delle sue percezioni auratiche, le quali, però, erano fortemente realistiche: alcuni pazienti avevano

l’impressione di fluttuare a qualche centimetro dal terreno o che le mani, le braccia o il tronco si ingrandissero. Potevano sentirsi anormalmente alti oppure piccoli. Riferivano di sentirsi come all’interno di uno specchio deformante. Alcuni giungevano a pesarsi per essere sicuri della illusorietà dell’ingrandimento corporeo che sembrava loro di vivere. Lippman scoprì questi fenomeni studiando l’aura emicranica, ma verificò poi la loro presenza anche in altre patologie, come crisi epilettiche, encefalite, schizofrenia, ed anche nelle intossicazioni da mescalina o LSD.

In ogni caso i ricercatori furono colpiti dall’analogia fra queste percezioni alterate e le straordinarie avventure corporee di Alice descritte da Lewis Carroll: anche Alice ha l’impressione di fluttuare nell’aria, o che il collo si allunghi “come un telescopio”, oppure che il corpo intero si ingrandisca enormemente sino a riempire una stanza o che si rimpicciolisca sino alla dimensione un insetto. Si convenne quindi di attribuire un titolo letterario alla sindrome neurologica appena scoperta e di aprire, nel contempo, una discussione: si tratta di suggestive coincidenze oppure Carroll descriveva nel suo testo esperienze in qualche modo vissute? Sulla questione è nato un caso neurologico, ovviamente molto dibattuto in Inghilterra, dove lo scrittore gode di meritata fama e seguito costante. Si scoprì che era possibile formulare una diagnosi postuma passando in rassegna le migliaia di pagine del Diario in cui, per nostra fortuna, il pignolo Charles Lutwidge Dodgson, alias Lewis Carroll, amava registrare anche i minimi eventi della sua vita quotidiana. Risulta, alla fine, che soffriva di emicrania con aura, di cui in numerose pagine descrive gli inequivocabili effetti.

In ben cinque occasioni, infatti, è evidente che i disturbi percettivi di cui si lamenta sono in realtà “spettri di fortificazione”, un ‘allucinazione tipica dell ‘aura emicranica, altre volte descrive uno scotoma, ossia il venir meno della percezione in una parte del campo visivo. Per questi ed altri “difetti della vista” egli si fece curare da un oculista, il dottor Bowman, senza però, evidentemente, ricavare alcun utile suggerimento. In definitiva vi sono forti evidenze biografiche a sostegno dell’ipotesi che, più o meno consapevolmente, Carroll si sia ispirato alle sue personali esperienze allucinatorie nel comporre il suo capolavoro. Certo l’ipotesi non potrà mai diventare una diagnosi confermata, ma fa un certo effetto pensare che il celebre episodio del Gatto del Cheshire possa rappresentare gli effetti di uno “scatoma astenopico”, in cui il paziente assiste alla graduale sparizione della cosa che sta guardando:

“Hai detto porcello o ombrello?” disse il Gatto. “Ho detto porcello”, rispose Alice; “e ti sarei grata se la smettessi di apparire e sparire così all’improvviso: mi fai girare la testa!”.
“D’accordo” disse il Gatto; e stavolta svanì molto lentamente, cominciando dalla punta della coda per finire con il sorriso, che rimase lì per qualche tempo dopo che il resto era sparito. “Bè! Mi è capitato spesso di vedere un gatto senza sorriso”, pensò Alice, “ma un sorriso senza gatto! E’ la cosa più curiosa che abbia mai visto in vita mia!”.

Approfondimenti

C.W. Lippman, Certain hallucinations peculiar to migraine, J. Nerv. Ment. Dis., 1952, 116: 346-51.
J. Todd, The syndrome of Alice in Wonderland, Can. Med. Assoc., 1955,73: 701-704.
T.J. Murray, The neurology of Alice in Wonderland, Can. J. Neurol. Sci., 1982,9: 453-457.
K. Podoll, D. Robinson, Self-report of the syndrome of Alice in Wonderland in migraine. Neurol Psychiat Br 2000; 8: 109-110.
B. Livesley, The Alice in Wonderland Syndrome, Nurs. Times 1973.
C. Cau, La sindrome di Alice nel paese delle meraviglie, Minerva Med.1999,90:397-403.

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